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UNA VITA PER IL TEATRO : CHECCO DURANTE

Il nostro amico Checco, ha sempre indicato nel “caso” il fattore determinante della vita: secondo lui (e non solo!) è il Caso a decidere la strada che ogni uomo percorre.
Il Caso come primo motore immobile dei fatti e misfatti di ognuno.
La vita di Checco Durante è stata condizionata dal Caso (parole sue).
Una vita difficile come ogni vita, che inizia il 19 novembre 1893 in via dei Salumi, Trastevere.
Checco rimane orfano prestissimo e la madre si deve prendere cura di lui e dei suoi tre fratelli: un impegno gravoso, affrontato con la “tigna” tipica trasteverina.
Il nostro frequenta la scuola dei Salesiani: non è portato per lo studio, escluso l’Italiano. Legge ogni cosa gli venga a tiro, e scrive in modo chiaro e corretto.
A scuola, calca per la prima volta le tavole del piccolo palcoscenico dove venivano rappresentate le “recite” di fine anno: si innamora di quelle tavole e decide che farà di tutto per alimentare quella passione che non lo avrebbe più abbandonato.
Abbandona però le scuole medie, dove non basta l’Italiano per andare avanti, e si cerca un lavoro.
Un suo zio omonimo, nostalgico del papa-re, lo fa assumere da una ditta di trasporti che operava all’interno della stazione Trastevere e del porto di Ripa Grande.
Checco è affascinato dal via-vai della stazione, ma subisce una vera attrazione per il porto: lo frequenta per lavoro, ma per lui è come per svago. Tutti i facchini, i marinai e i capitani delle barche che risalgono il Tevere, lo conoscono e lo considerano una specie di mascotte. Checco viaggia con la fantasia su quei battelli, immaginandosi un personaggio di Giulio Verne, il creatore di mondi e protagonisti di un futuro talmente fantastico da diventare vero.
Comincia a scrivere poesie intorno ai diciott’anni: le manda ovviamente al Rugantino, che ne pubblica qualcuna. La sua avventura artistica comincia così.
Erano i tempi in cui Trilussa pubblicava ogni lunedì sul Messaggero una poesia: Checco le imparava tutte a memoria. L’ammirazione per Trilussa, lo porta a conoscere e a utilizzare al meglio la fluidità e la semplicità dei versi del Maestro. Riesce a pubblicare il suo primo libro e lo manda a Trilussa con una dedica:
“A Trilussa, Checco Durante.
Er due de briscola, all’ASSO”
Cambia lavoro: viene assunto da una agenzia di vendita di… armi. Ma la cosa non gli salva di essere chiamato “sotto le armi”: il suo più grosso rammarico è quello di dover abbandonare la filodrammatica in cui sfoga la sua passione per il teatro.
Il mese del suo congedo, scoppia la guerra: la vita militare continua per altri tre anni. Quando Checco torna a Roma, la guerra della vita gli si presenta subito. Deve cercarsi un lavoro.
Riesce a diventare “giornalista”, ovvero redattore a paga zero per “La Gazzetta degli Spettacoli”: niente soldi ma biglietti omaggio.
Scrive interviste mai realizzate, redazioni entusiastiche su spettacoli pietosi, versi falsi e lusinghieri per impresari e dirigenti teatrali.
Il suo frequentare teatri e teatranti, lo porta a essere inserito con tanto di contratto in una compagnia diretta da un certo Ercole Manzoni. Qualifica: “Generico Utilité”. Da buon tuttofare avrebbe dovuto interpretare tutti i ruoli secondari che rimanevano scoperti dagli attori veri. Paga: 11 lire giornaliere. Poco prima del momento del debutto a Velletri, la compagnia rimane senza soldi, causa fallimento della banca di Zoagli che avrebbe dovuto fornire i capitali. La paga si trasforma in caratura degli utili e la compagnia in una cooperativa. Data l’età e l’entusiasmo, tutti gli attori accettano le nuove condizioni, ma dopo il successo di Velletri (dovuto più che altro agli ex ufficiali in attesa di smobilitazione, che erano acquartierati nella caserma locale, e che non avendo niente da fare, la sera affollavano l’unico teatro) l’entusiasmo si abbassa in maniera proporzionale agli incassi di Aquila, Teramo, Ancona, Pesaro.
Sono gli anni delle fughe di nascosto dalle pensioni ospitanti; dei salti di pasto; della fame nera. La fame che impedisce anche la concentrazione, e che svuota la memoria degli attori che sembrano più che altro una muta di cani famelici.
Pur di saziare la fame nell’unico modo in cui credeva lui e tutta la compagnia, Checco arrivò a impegnare un piccolo anello d’oro per dare l’anticipo a una “Prima Attrice” che avrebbe sostituito la moglie scappata del capocomico Manzoni. Il teatro di Montecatini dove dovevano debuttare, si presentò vuoto come le loro pance. Espedienti vari per racimolare un pasto e un vaglia provvidenziale della madre. La tournée sarebbe finita insieme alla compagnia. Checco disse “basta” alla fame, alle fughe, ai salti di pasto, ai teatri vuoti, e tornò a Roma.
Trovò impiego presso una ditta di tessuti.
Nella primavera del 1919 il primo “caso”.
Un suo collega, sapendo della sua passione per il teatro, gli indicò una filodrammatica dove avrebbe potuto recitare le sue poesie. Frequentando la filodrammatica, il secondo “caso”: conobbe Anita.
Il terzo e determinante caso fu l’incontro fortuito con il segretario di Petrolini, che stava cercando elementi per concludere la stagione: Checco si propose insieme ad Anita. Due giorni dopo erano entrambi al Teatro Nazionale per un incontro col grande Ettore. Un breve incontro che sancì la reciproca simpatia e stima, e il contratto firmato!
Petrolini, dopo aver conosciuto meglio Checco, gli affida la traduzione in romanesco di una commedia (che prese il titolo de “Il Cortile”) che ebbe un successo grandissimo sia a Napoli dove fu rappresentata per la prima volta, che a Roma dove fu riproposta per tanti anni.
Checco e Anita diventano subito due elementi fondamentali nella compagnia di Petrolini.
La compagnia assicurava non solo i pasti, ma anche buoni guadagni attraverso tournée in Italia e all’estero: Francia, Uruguay, Argentina, Brasile…
La collaborazione intensa e la reciproca stima, erano le basi della profonda amicizia che Checco e Ettore coltivarono per anni.
Anni intensi, fortunati, felici, creativi.
Alla partenza dal Brasile, un altro colpo del “caso”: un amico di Ettore gli regala la partitura musicale di una canzone da lui composta, che andava molto in voga in quegli anni e che all’arrivo in Italia fu inserita come sottofondo degli intermezzi, data la sua orecchiabilità: si intitolava “Mimosa”. Persino Checco, che era discretamente stonato, l’aveva imparata e un giorno si divertì a scriverci le parole: nacque “Gastone”!
Petrolini interpretava Gastone alla fine dello spettacolo, ma il vero spettacolo era lui. La gente aspettava che lui entrasse in scena con il frak e il “guanto a penzolone” e si godeva un’interpretazione ogni sera diversa.
Checco ammirava talmente tanto Ettore, che non lo volle mai imitare: troppa la differenza caratteriale, troppa la bravura, troppo il rispetto.
Parlando di Petrolini, anche a distanza di anni, Checco ricorda l’uomo e non l’attore: la vita quasi in comune portò Durante quasi a venerare colui che aveva sempre sognato di emulare.
Come lui, aveva tutti i pregi e difetti dei romani autentici: pronti al coltello, quanto alla generosità.
Nel 1928 la grande decisione: forse per le necessità aumentate anche a causa le due figlie nate da poco; forse per ambizione; forse per stanchezza, Checco decide di lasciare Petrolini e di mettere su una propria compagnia.
Ettore ci rimase male: per quanto bene si volessero i due, ostentò un’indifferenza tanto fredda quanto fasulla. Si rividero solo un paio di volte.
Checco mette su una compagnia che debutta a Civitavecchia.
La “Primaria Compagnia della Commedia Romanesca diretta da Checco Durante”.
Forse la vita di Checco sarebbe stata diversa se non si fosse presentato un altro “caso”.
Gli scenografi della compagnia erano più raccogliticci degli attori e si dimostrarono incapaci di montare le scene, altrettanto improvvisate. Checco stava per annullare il debutto, quando per “caso” incontra un suo amico che stava a Civitavecchia per affari: veniva da una famiglia di macchinisti e in poche ore sistemò le scene e salvò il capocomico.
Checco però non fu salvato dagli incassi: pubblico assente!
Forse, se non avesse incontrato quell’amico, la compagnia si sarebbe sciolta per mancanza di personale tecnico: la mancanza di pubblico non rappresentò una sconfitta, ma una sfida!
Cambiarono piazza: dopo strenua ricerca, un teatro a Tarquinia.
Checco, portata in qualche modo la compagnia sul posto, si preoccupa della situazione economica della città, legata alla raccolta delle olive: un’annata disastrosa! Disastro confermato in teatro col solito pubblico: quello assente.
Checco torna a Roma stanco, senza una lira, sfiduciato, avvilito, senza futuro.
Va a vivere dalla madre, con Anita, Luciana e Leila. Ripensa intensamente alla compagnia Petrolini e a quei giorni felici. Ripensa con rammarico alla decisione di mettersi in proprio… quando il “caso” gli viene a bussare: era un certo Preziotti, ex amministratore di Monaldi, che gli prospetta in nome della sua responsabilità verso i componenti della compagnia, una stagione a Frosinone!
Checco è costretto ad affrontare di nuovo lo spettro del teatro deserto.
A dire il vero, gli spettatori ci furono e furono entusiasti, ma si trattava solo dei soliti portoghesi: furono strappati solo biglietti omaggio!
Preziotti si incaricò di raggiungere Tivoli dove un suo amico avrebbe convinto i gestori a concedere il teatro: Tivoli era considerata una piazza sicura. Non avendo spicci per la corriera, Preziotti si affidò all’autostop: tornò dopo un giorno, con lo stesso mezzo. Anziché Tivoli, aveva raggiunto Sora e stabilito il teatro!
Arrivano a Sora col mezzo di trasporto più economico della zona: lo sciaraballo. Quello che a Roma si chiama “barozza”.
Per il paese gira subito una battuta: “li commedianti se sò presentati co lo sciaraballo: nun ponno esse che morti de fame!”
La sera del debutto, tutti i sorani… al cinema dove proiettavano “Il fantasma dell’opera”.
Trasferimento a Tivoli per incontrare il famoso amico e stabilire il teatro: le preghiere e le minacce indussero Tisei (così si chiamava l’amico impresario) a fare varie telefonate fino alla grande notizia: Subiaco!
Per ingolosire il pubblico, Preziotti organizza un incontro di pugilato nell’intervallo della commedia, tra il campione Enzo Fiermonte (vero) e il campione della compagnia (falso). Nonostante tutto, il solito pubblico: assente.
Coi soliti salti… di pasto, tornano tutti a… Tivoli.
Il solito Tisei, terrorizzato, riesce a fissare Palombara Sabina, con l’impegno da parte di tutti, di non farsi più vedere…
L’affezionato pubblico assente partecipò benevolo.
A quel punto, un grosso personaggio dello spettacolo si incarica di trovare un’altra piazza: era Nello Carotenuto, in compagnia col figlio Memmo.
Riesce a fissare nientemeno che Montelibretti!
Già un paese con quel nome non promette niente di buono, ma quando arrivarono i commedianti e chiesero del teatro, la risposta fu un po’ evasiva: “bè, proprio teatro teatro… dimo che ci sta nu bell’ambiente a pianterreno… una specie de…”. Non era una “specie”: era proprio una stalla.
Il sindaco di Montelibretti riconobbe Checco: erano stai compagni d’armi.
Finalmente una cena vera a casa del sindaco!
La stalla, ben sistemata con sedie rimediate, funzionò benissimo… da stalla e accolse con calore il folto pubblico assente.
La compagnia pareva definitivamente finalmente sciolta, ma il “caso”…
Checco aveva recitato qualche anno prima, con una compagnia formata per lo più da ex Petrolini: quando riceve una telefonata di un amico che proponeva quella piazza stracolma di avieri, quasi tutti di Roma, che avrebbero certamente apprezzato le commedie dialettali.
Memmo Carotenuto si incaricò di trovare gli attori e le “stelle”, che avrebbero raggiunto Orbetello il giorno stesso del debutto.
Checco aspettò in piazza l’arrivo tanto sospirato.
Arrivarono in carrozza. Sul sedile posteriore troneggiava una opulenta matrona che occupava quasi tutto il sedile: la “Stella”. Nel poco spazio rimanente una donnina esile: “l’Eccentrica”.
All’ultimo minuto furono racimolati gli orchestrali, ma il maestro dette la sua disponibilità solo dopo assicurazione che le prime cento lire dell’incasso fossero le sue. I vestiti che la “stella” disse di aver dimenticato a Milano, sarebbero stati sostituiti con quelli della magra “Eccentrica”: indossati davanti e lasciati slacciati dietro, per assenza della stoffa necessaria.
La commedia “Civicusse Romano Sum” (di Gigi Spaducci) riceve applausi calorosi dal pubblico, stavolta “rado”.
Dopo la commedia, il varietà!
Le canzoni di Franco Sereni (che poi aprirà col suo vero nome, la libreria Maraldi a Piazza Risorgimento), i contorsionismi a gambe scoperte dell’eccentrica e infine la stella!
Il vestito prestato dall’eccentrica copre a malapena appena il davanti della cicciona, uno scialle di Anita copre appena le abbondanti spalle, e lei si copre tutta con il sipario che non fa aprire malgrado l’orchestra attacchi più volte senza che Mary Prima (così si chiamava la grassona) cominci a cantare. Dopo varie insistenze, Checco le dà una spinta che la scaraventa in mezzo al palcoscenico: lei inciampa, si impanica, stona, si perde. Fischi del pubblico rado e tutti al ristorante.
Il ristoratore era anche il padrone del teatro, aveva visto tutto e immaginato le condizioni finanziarie della compagnia: chiude bottega anzitempo e sale a casa sua senza aspettare i commedianti.
La manifestazione spontanea sotto casa, impone al padrone di affacciarsi in camicia da notte prima di essere costretto dai carabinieri prontamente accorsi, a riaprire il locale.
Ricerca affannosa in tutte le tasche per racimolare qualche spicciolo e poter ordinare qualcosa.
Dopo la seconda serata, andata peggio della prima, trasferimento forzato a Grosseto e su altre piazze ancora meno importanti, nella Maremma.
Era arrivato il momento di farla finita definitivamente.
Ma mentre Checco, ormai rassegnato a cercarsi un lavoro vero, non mancava di frequentare Piazza Colonna (l’ufficio di collocamento più bello e fatuo di Roma), il “caso” agì di nuovo: un attore che si era anche lui staccato da Petrolini, gli propone una “rivista”.
In altri momenti Checco non avrebbe accettato, vista la diversità del genere, ma “più che l’onor poté il digiuno” e accettò.
Ma riecco il “caso”.
Prima del debutto riceve dal segretario di Petrolini, nientemeno che l’offerta a rientrare nella compagnia!
Le condizioni proposte apparivano però come Forche Caudine per punire Durante per la sua audacia. Checco non accettò.
Forse, se avesse accettato, la sua vita artistica e familiare avrebbe avuto un altro svolgimento…
Dopo poche repliche, l’Uccello Blu (questo era il titolo della rivista) chiuse le ali…
Il “caso” era appostato e fulminò Checco, che aveva deciso di costituire una compagnia di avanspettacolo e cercava gente pratica e disponibile. I componenti di una filodrammatica sciolta da poco aderirono alla proposta di Checco: tutti giovani, appassionati, entusiasti, più professionali dei professionisti. Con quella gente, si cominciano a riempire i teatri e il pubblico assente diventa uno sgradevole ricordo.
In poco tempo i tre giorni al teatro Due Allori di Torpignattara diventano 27 repliche al Morgana (attuale Brancaccio) con l’obbligo di cambiare rivista ogni tre giorni, col cambio del film: due spettacoli al giorno e tre la domenica.
Il richiamo della commedia dialettale era fortissimo e in quel periodo stavano muovendo i primi passi tutti i “dialettali” più importanti: De Filippo, Govi, Benini, Scarpetta, Martoglio, Monaldi, Pezzana, Spadaro e tanti altri che erano assillati dal medesimo problema: la scarsità di testi in dialetto.
Testi scritti in lingua o in dialetti lontani, venivano adattati dai vari capocomici al dialetto locale, molte volte creando creature mostruose.
Ad esempio: l’influenza dei testi in siciliano di Giovanni Grasso, diedero vita a personaggi romaneschi che non rappresentano la vera anima romana: il romano viene sempre stereotipato in un tipo violento, aggressivo, ladro, inaffidabile, malfattore e malavitoso. Un articolo di un critico milanese, su Checco, cominciava così: “Checco Durante è romano. Malgrado ciò, è simpatico”.
Nelle commedie che Checco ha scritto, c’è sempre stata la rappresentazione della gente di Roma, per quello che veramente è: rugante e fumantina quanto disponibile, umana e generosa. Per Checco è stato sempre un cruccio l’atteggiamento degli italiani nei confronti dei romani.
La sua compagnia, si esibisce nei principali teatri di Roma, Napoli, Milano finché viene invitata addirittura in… Africa.
Era il periodo della guerra coloniale e le commedie ebbero successo anche lì, dove la compagnia si chiamò “Compagnia Spadaro-Durante”. Sì, Odoardo Spadaro, che Checco non aveva mai osato avvicinare, si unì per opportunità e convenienza economica.
Rientrato a Roma, al Quattro Fontane, altro “caso”.
E che caso! La guerra!
La compagnia (di nuovo solo Durante) fu “invitata” a dilettare i soldati presso le piazzeforti militari, su incarico del direttore del teatro e su sollecitazione del PNF.
Per un attore, simulare allegria per i mutilati, i feriti, i reduci, è sintomo di professionalità. Ma l’angoscia che si prova è drammatica. Così fu per Checco, che rimase segnato da quell’esperienza.
La guerra finì.
Il Comando Territoriale di Roma, utilizzava ancora Checco per recite nelle varie caserme della regione e la vita era difficile tra privazioni e preoccupazioni per il mantenimento stesso della compagnia che vivacchiava qua e là, tra teatro, rivista e avanspettacolo. Ma il “caso” era sempre in agguato!
Nel 1949 Checco stava svolgendo lezioni di teatro nel teatrino di via dell’Umiltà, quando lo andò a trovare un certo Dottor Raus.
Malgrado il cognome minaccioso, Raus era una persona sensibile e andò da Checco per una proposta.
Raus stava usando un locale in Piazza S. Chiara, nato come teatro ma adattato a magazzino: difficoltà logistiche spinsero il Dottore a riconvertire l’ambiente a uso della filodrammatica dell’Ente Comunale di Assistenza, che lui dirigeva. Prima di iniziare i lavori, volle sapere se Checco, di cui era un ammiratore, fosse disposto a collocarci stabilmente la sua compagnia.
Un sogno che Durante coltivava da decenni, ormai senza speranza di realizzazione! Ma il “caso”…
Così, nacque il Rossini. Il teatro “di” Checco Durante.
Finalmente lui e la moglie, con annesse figlie, genero e altri commedianti, ebbero modo di offrire la loro arte ai romani. Quei romani che Checco si è sempre impegnato a “sdoganare” dai cliché appiccicati dal resto degli italiani.
La più grossa difficoltà erano i testi: 14 commedie l’anno.
Checco ha sempre sfidato tutti a riconoscere quelle scritte da autori romani (primi fra tutti: lui e il genero Enzo Liberti) e quelle adattate in romanesco dall’italiano e da altri dialetti. Era tale l’esperienza e la conoscenza, che ogni opera sembrava sgorgata direttamente in palcoscenico.
Ricordo personalmente Checco, che durante l’intervallo delle commedie, usciva sul palco col sipario chiuso e leggeva poesie dal suo libro che poi autografava agli spettatori, e finiva il suo intervento con i soliti versi:
“… fate der bene, che la vita è breve:
c’è più gioia ner dà, che ner riceve!”
La grandezza umana e la passione hanno fatto di Checco Durante un simbolo e un esempio.

Maurizio Marcelli

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