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L'ALTRA TRIADE CAPITOLINA

L’ALTRA TRIADE CAPITOLINA
(Onorevole TUFO; Sua Eccellenza TRAVERTINO; Sua Maestà CALCESTRUZZO)

di Maurizio Marcelli

Non vogliamo essere scortesi o irriguardosi nei confronti degli dei che per secoli hanno protetto Roma, ci mancherebbe! Non vorremmo urtare la suscettibilità di Giove Ottimo Massimo, Giunone Regina e Minerva protettrice delle arti: gente seria, corretta e affidabile, che ha significato molto per Roma, vorremmo solo proporre un’alternativa altrettanto importante, che ha contribuito in maniera determinante alla costruzione (nel senso letterale) di un impero.
Se la Triade degli dei non avesse deciso che Roma fosse nata nel posto più indicato, e se non avesse provveduto affinché la natura avesse fatto in modo di favorire sfacciatamente quel luogo, dotandolo di tutto ciò di cui la città più bella del mondo avesse avuto bisogno per nascere, crescere e migliorarsi nei secoli, Roma non sarebbe stata Roma.
Oltre al clima, al fiume, ai colli, alla posizione, alle genti, la città non si sarebbe sviluppata se non ci fosse stata “l’altra Triade” che propongo.
Ma vediamo come è andata la storia.
Circa 600.000 fa, nella fascia centrale dell’Italia affacciata sul Tirreno iniziò un’attività vulcanica parossistica con eruzioni piroclastiche di enorme portata. Due enormi vulcani iniziarono quasi contemporaneamente a eruttare: quando il magma in risalita incontrava l’acqua che si era infiltrata all’interno del corpo della montagna, il materiale incandescente esplodeva. Questo tipo di eruzione si dice “piroclastica” (poi chiamata anche “vesuviana”) e produce violente esplosioni che proiettano in alto la montagna stessa, frantumata sotto forma di ceneri, lapilli, massi, particelle vetrose, fumi, vapore acqueo, gas solforosi, anidride carbonica e altri elementi che ricadendo a terra coprirono il territorio circostante per uno spessore di decine di metri. Le eruzioni del vulcano Sabatino, situato a nord-nordovest di Roma, diminuirono sia nell’intensità che nella frequenza, intorno ai 300.000 anni fa, per continuare un’attività ridotta, fino agli 80.000 anni fa. Il vulcano Albano, a sudest, ha prodotto eruzioni fino a circa 20.000 anni or sono producendo, oltre ai depositi piroclastici, una sola colata lavica ancora oggi riconoscibile: per un buon tratto è stata la base su cui è stata realizzata la via Appia. Viene chiamata “colata di Capo di Bove” perché si è arrestata esattamente nel punto dove fu poi edificato il sepolcro di Cecilia Metella (Capo di Bove).
Poiché per moltissimi anni i due vulcani sono stati in attività contemporaneamente, in alcune zone i materiali effusivi si sono mescolati, sovrapposti, integrati.
Il Tevere primordiale, o Paleotevere, ha più volte deviato il suo corso, fino a formare un enorme lago, quando i prodotti delle eruzioni ne hanno bloccato il defluire. Poi, sempre a seguito di attività vulcaniche, è riuscito a scavarsi un letto che ne ha stabilizzato il corso: i depositi fluviali e le erosioni che si sono succedute, hanno modificato il paesaggio fino ai tempi moderni. Il materiale alluvionale si è compattato e ha prodotto una valle che ha separato i due diversi depositi eruttati dai due diversi vulcani: a nord- nordovest i depositi sabatini, a est-sudest quelli albani.
Con i millenni questi depositi si sono più o meno compattati, anche sotto l’influsso di sorgenti vulcaniche che ne hanno modificato la struttura chimica e fisica.
Da questi depositi i romani hanno estratto tre elementi che hanno consentito ad un piccolo villaggio di edificare un impero.
Senza questi fattori, oggi non potremmo ammirare quello che resta (tantissimo) di tutte le cose che hanno caratterizzato Roma e che noi chiamiamo pateticamente “rovine”.
In realtà, è vera una considerazione contraria: Roma ha edificato magnificamente, sono gli uomini che hanno “rovinato” la genialità di un popolo. Malgrado tutto, Roma è veramente “eterna”.

IL TUFO
I materiali proiettati in aria dai vulcani nelle eruzioni piroclastiche, si sono sedimentati, compattati, induriti, sotto l’influenza della pressione degli strati superiori e hanno formato una roccia tenera con caratteristiche che la rendono particolarmente adatta ad essere usata nelle costruzioni: leggera, facile da lavorare, che indurisce all’aria: il Tufo.
Questa meraviglia della natura, non è altro che… cenere. La cenere dei due vulcani, cementata dalla reazione tra acqua e magma, frantumata, polverizzata e dispersa dall’esplosione durante l’eruzione e ricompattata dal tempo. Decine di metri di spessore depositati sopra gli antichi sedimenti marini sollevati circa 2 milioni di anni fa.
Tutto il territorio dove nasce e cresce Roma è tufaceo, salvo la valle del Tevere che ha in pratica diviso i depositi dei due vulcani incidendo i bordi e delimitando di fatto le zone sabatine da quelle albane.
I tufi si distinguono, oltre che per la loro composizione più o meno vetrosa o con inserimenti di scorie diverse, soprattutto per il colore: i tufi del vulcano Albano tendono ad essere più scuri e grigi rispetto ai gialli del vulcano Sabatino.
I romani hanno cominciato a cavare tufo sotto… i loro piedi. Colli come il Palatino, l’Aventino, il Viminale, il Celio, sono stati scavati con chilometri di gallerie, da cui venivano portati alla luce quei blocchi che siamo abituati a vedere tanto nelle costruzioni antiche che in quelle moderne.
Siccome però intorno a Roma esistono depositi diversificati per colore, consistenza, leggerezza del tufo, sono state scavate cave sia in grotte che a cielo aperto, per utilizzare i diversi tipi di pietra a seconda delle esigenze costruttive o economiche: ad esempio, il tufo di Grottarossa era uno dei più usati perché il trasporto veniva effettuato con chiatte che scendevano il Tevere. C’erano poi scelte dovute al colore, alla destinazione (alzato o fondazione), alle dimensioni dei blocchi ecc.
I tipi di tufo più utilizzati sono:
1 - Tufo Pisolitico: il più antico, depositato tra i 600.000 e 500.000 anni fa. Costituito da granelli di cenere finissima, compatto, di colore grigiastro con tendenza al tortora. Le prime cave sono state scavate in grotte sotto il Palatino e il Viminale (ce n’è un esempio sotto la stazione Termini). Usato nella realizzazione delle mura Serviane, poi nelle fondamenta e nei basamenti degli edifici del periodo repubblicano.
2 – Lapis Albanus (Peperino): Cavato alle pendici dell’attuale Monte Cavo. Ancora più compatto del Pisolitico, ha un colore grigio scuro e si presta anche ad essere scolpito. Fu maggiormente usato nel periodo imperiale come basamento di templi (es: tempio di Antonino e Faustina – SS. Cosma e Damiano).
3 – Lapis Gabinus: cavato nella zona di Gabi (Genazzano) è una via di mezzo tra il tufo Pisolitico e l’Albano. Marrone tendente al grigio, scurisce col tempo. La maggiore opera in tufo di Gabi che ancora possiamo ammirare è il Tabularium, base del Palazzo Senatorio in Campidoglio.
4 – Tufo giallo di Grottarossa (tufo della via Tiberina): coevo del Pisolitico, ma prodotto dal vulcano Sabatino. Colore giallo ocra con intrusioni pisolitiche. Usato nel restauro delle mura Serviane nel IV secolo, o insieme al tufo Lionato (vedi dopo) nei basamenti dei templi di Largo Argentina.
5 – Tufo giallo di Sacrofano: essendo più recente di quello della via Tiberina, presenta meno intrusioni e scorie anche se meno compatto. Viene usato ancora oggi per la facilità di cava a cielo aperto e per il colore giallo carico. Ben visibile nel tempio del Divo Giulio nel Foro.
6 – Tufo Litoide o Lionato: colore grigio-fulvo (come il manto dei leoni, da cui il nome) che scurisce esposto all’aria con tendenza al grigio scuro, venne usato contemporaneamente al Lapis Gabinus, anche perché le cave erano relativamente vicine (Salone e Genazzano). Il maggiore esempio di tufo lionato è quello del foro di Augusto e del poderoso muro di delimitazione dalla Suburra.
7 – Tufo Sperone: a volte confuso col Lapis Gabinus, ma molto diverso per …nascita e consistenza. Non si tratta infatti di …cenere, ma di depositi di “fontane di lava”. Queste “fontane” sono eruzioni piroclastiche di magma povero di silice: i brandelli ancora incandescenti ricadono al suolo mescolandosi con i materiali precedentemente eruttati e si solidificano col tempo. Il risultato è un tufo grigio con grosse intrusioni chiare e nere, che si usava per costruzioni all’aperto perché resiste abbastanza bene alle intemperie. Le cave erano situate nella zona dove oggi troviamo Frascati e Grottaferrata. Il luogo dove oggi se ne può vedere di più …non è Roma, ma le rovine di Tuscolo, dove possiamo ammirare uno dei teatri romani meglio conservati.
8 – Pietra Serena: è la pietra più pregiata del vulcano Sabatino. Si cava ancora oggi nell’alto viterbese e alle pendici dall’Amiata. Si tratta del risultato dei depositi tufacei più antichi del Sabatino che si sono compattati dando luogo a una pietra molto compatta, di colore grigio tendente allo scuro, che indurisce all’aria e si presta ad essere scolpita (i migliori esempi di statuaria in pietra Serena, sono oggi nella villa Lante di Bagnaia (VT)

IL TRAVERTINO

Andiamo adesso a conoscere il secondo personaggio della nostra Triade: quando Augusto affermò di “avere trovato una Roma di mattoni, ed averla restituita di marmo”, in realtà non parlava di un vero e proprio marmo, quello che oggi chiamiamo “marmo di Carrara” e anticamente era il “lapis Lunensis” (pietra di Luni): per lui e per i romani il “marmo” era quello che noi conosciamo come Travertino.
Il Lapis Tiburtinus si è formato in una vasta zona nella pianura tra i monti Cornicolani (Monterotondo, Palombara) e quelli Lucretili-Prenestini (Tivoli).
Al contrario dei tufi, non è una roccia vulcanica ma sedimentaria.
Vediamo come si è formato.
Anche se indirettamente, anche il Travertino è “figlio” del vulcano Albano.
Quando l’acqua delle sorgenti calde provenienti dal sottosuolo vulcanico, ricche di carbonato di calcio (CaCO3), ancora attive anche se in misura ridotta (Acque Albule) si mescolano a quelle piovane e/o torrentizie che hanno attraversato rocce ad alto contenuto di Calcio e Anidride Carbonica e si sono arricchite di bicarbonato di calcio (Ca(HCo3)2), o piogge acide in quanto portatrici di minuscole parti di anidride carbonica fortemente presente nelle zone vulcaniche negli strati d’aria più bassi, si creano sedimenti calcari che si compattano col tempo.
In questa pianura, a causa anche di una subsidenza (abbassamento del terreno) molto pronunciata, si è creata una zona umida dove per millenni si è formato il Travertino con il compattamento dei depositi descritti.
Il periodo di formazione del Lapis Tiburtinus va da circa 165.000 a circa 80.000 anni fa.
I romani hanno cominciato a usare questa pietra nel III-II sec. a.c. e progressivamente il Travertino ha completamente sostituito il Tufo.
Le sue caratteristiche di resistenza agli agenti atmosferici lo ha fatto preferire al Tufo, che col tempo tende a sgretolarsi se esposto alle intemperie. La sua resistenza al fuoco, è in funzione della temperatura raggiunta: normalmente resiste molto bene agli incendi, ma come tutti i calcari tende a calcificare nelle fornaci, senza però trasformarsi in calce di buona qualità. Le costruzioni dell’alto medioevo risentono dell’uso di calce di travertino: lo vediamo dalla scarsità di edifici non crollati. Le maestranze medievali, fino al Rinascimento (quando, in nome della rinascita della “civiltà”, si sono calcificate statue greche e romane…), si sono accontentate di buttare nelle fornaci pezzi di Travertino, col risultato che gli impasti di malta non avevano, anche a causa dell’uso di terra anziché di Pozzolana, la resistenza che il Calcestruzzo assicurava: ma questa è un’altra storia che vedremo dopo.
Il Travertino è cavato nella stessa zona dal III sec. a.c. e ancora oggi è usato in edilizia, a Roma e in tutto il mondo. Gli americani lo chiamano “Rome’s Stone”, la pietra di Roma, a significare meglio di ogni altra definizione che cosa abbia rappresentato questa pietra per l’edificazione della nostra città. Sono i maggiori importatori e consumano circa i due terzi di tutto il Travertino cavato: importano “pezzi di Roma” per cercare di darsi quella storia e cultura antica che non hanno ma che vorrebbero acquisire in qualsiasi maniera. Edificare col Travertino li fa sentire quasi alla pari con la civiltà romana…
Effettivamente possiamo veramente considerare il Travertino la pietra di Roma: non soltanto in antichità, ma fino a oggi è stato usato per la realizzazione di edifici di ogni genere in ogni periodo storico. Dal medioevo, quando veniva cavato…nel Colosseo, al Rinascimento, al Barocco, fino all’edilizia fascista o contemporanea, rappresenta veramente l’identità edile ed artistica di Roma. Non solo edifici, ponti, chiese, stadi (il Circo Massimo e il vecchio Olimpico) ma anche statue, oggettistica, arte funeraria.
Col Travertino si è fatto di tutto: milioni di metri cubi cavati in 2300 anni, hanno dato a Roma quello che possiamo dire il suo “volto”.
Il Travertino “è” Roma.

IL CALCESTRUZZO (CALCIS STRUCTIO)

Ed ecco il personaggio che riteniamo il più importante e determinante della pratica e pragmatica civiltà romana. Per capirlo bene, occorre partire da lontano: sempre dai soliti vulcani…
Nei depositi albani, tra i tufi pisolitici (antichi) e il Lionato (recente), ceneri non consolidate hanno dato origine alla POZZOLANA, che sarà la protagonista principale di un’invenzione ineguagliata.
Ne esistono due tipi, con colori diversi e caratteristiche simili ma non uguali: le rosse e le nere. Entrambe figlie delle eruzioni albane, si trovano in giacimenti spessi da 5 a 20 metri, situati sotto i tufi recenti (50.000 anni) e quelli antichi (600.000).
Quando Vitruvio descrive la PUTEOLANA, principale componente del calcestruzzo, ne parla come di “un tipo di polvere che ha meravigliose qualità”. Secondo lui, erano le sorgenti di acqua calda che trasferivano il loro calore alla terra circostante e rendevano questo deposito delle eruzioni del Vesuvio così unico. Da scienziato razionalista quale era, spiegava anche il motivo per cui in Etruria, dove pure c’è presenza di sorgenti calde, non si formi la pozzolana: secondo lui, “la natura ha seminato qua e là per il mondo le sue creature a caso” e anche i diversi tipi di terreni non sfuggono a questa regola. In Etruria i terreni “lignei”, ovvero “non fatti di terra” venivano trasformati dal calore in sabbia anziché in pozzolana, come invece succedeva in Campania.
Già gli etruschi, che occupavano parte della Campania, utilizzavano la “puteolana” (da Puteoli: Pozzuoli) in edilizia, senza però arrivare a comprenderne veramente le straordinarie possibilità.
I romani cominciarono a utilizzare il CALCESTRUZZO (CALCIS STRUCTIO) nel III° secolo a.c. proprio in Campania: con gli ultimi scavi a Pompei, è sta stabilita al 303 a.c. la fondazione del Capitolium. Contemporaneamente, con Opus Caementicium veniva edificata Alba Fucens. A Roma, il primo fabbricato in calcestruzzo è il Porticus Aemilia: 192 a.c.
Fino ad allora, la Puteolana veniva tutta dalle falde del Vesuvio. Ma facendo vari saggi di scavo per individuare i giacimenti di tufo nei dintorni di Roma, i romani hanno scoperto che “dove c’è Tufo, c’è Pozzolana” e viceversa.
La pozzolana infatti è “terra vulcanica” non ancora compattata e trasformata in tufo. Si possono trovare depositi di questa terra particolarissima più o meno estesi, appena sopra ai depositi di tufo: uno strato di terra della stessa composizione del tufo, ma con densità diversa.
Il grande architetto romano suggeriva una prova empirica per verificare la “bontà” della Pozzolana: se ne doveva raccogliere un pugno e sfregarla tra le mani: era buona se “sfrigolava” emettendo un rumore caratteristico. Più forte e udibile era il rumore, migliore era la Pozzolana
Ma qual è stata la grande intuizione dei romani? Quella di miscelare questa “polvere dalle magnifiche qualità” con altri componenti che ne modificassero la consistenza e la durevolezza. Hanno inventato la “malta romana” o calcestruzzo.
Vitruvio codifica la miscela del calcestruzzo a seconda dell’uso: dal muro “a sacco” ai moli marini, dalle fondamenta alla cupola del Pantheon ecc.
Bastavano piccole variazioni nelle percentuali dei componenti o diverse e specifiche aggiunte di materiali per rendere la malta il miglior legante possibile per ogni tipo di costruzione: i fatti, a distanza di 2000 anni, confermano la grandezza e la veridicità dei risultati.
Vediamo nello specifico come era composta la Calcis Structio: la base era la Pozzolana, per circa il 70%, a cui erano aggiunte la calce viva (10-20%) e la sabbia di fosso (10-20%).
Questo era il legante. A questa malta venivano aggiunti opportuni inerti per rendere il tutto, un conglomerato robustissimo e adatto ad ogni esigenza.
Gli inerti potevano essere pietre (Caementa, da cui il nome della miscela: Opus Caementicium) di grandezza variabile e di natura diversa (pezzi di travertino o altro calcare, oppure sassi silicei o vulcanici) pezzi di tegole e di mattoni, ghiaia, vasi di coccio, anfore.
A seconda della zona, gli inerti potevano essere diversissimi: veniva utilizzato “quello che passava il territorio”. Possiamo così vedere anche nello stesso sito archeologico, rovine di opus caementicium conglomerato con solo calcare, calcare misto a selce, solo selce: nel sito della villa di Erode Attico (area archeo di Capo di Bove) ci sono i ruderi delle terme che illustrano in maniera esaustiva i diversi materiali usati nella costruzione e nelle successive trasformazioni dell’edificio.
Se osserviamo i ruderi del mausoleo di Elena (madre di Costantino), detto Tor Pignattara, vediamo che, per alleggerire la parte alta della volta, come inerti venivano usate anfore, da cui il nome “pignattara”! Avevano la stessa funzione dei “caementa”, ma con effetti diversi sul peso e sulla stabilità della costruzione
Come si comportava il calcestruzzo così realizzato?
L’unicità della malta è proprio nel comportamento nel tempo: l’indurimento del composto non era dovuto all’essiccazione per evaporazione, ma alla calcificazione per reazione chimica. Col tempo, la calce faceva indurire la malta: più tempo passava, più il calcestruzzo si solidificava! Indipendentemente dall’umidità dell’aria e/o delle condizioni d’uso.
Il risultato più spettacolare era il consolidamento del conglomerato anche sott’acqua. Vi rendete conto? Poter costruire moli e ponti senza dovere prosciugare fiumi o… mari. Una cosa incredibile.
Ma non finisce qui! Un'altra magia del calcestruzzo era quella di trasformarsi, solo con l’aggiunta di un 10-15% di polvere di mattoni o di tegole, nel miglior impermeabilizzante realizzato fino ai tempi moderni: il cocciopesto. Opere ancora funzionanti (pensate alla Cisterna-Basilica di Istanbul o all’acquedotto Vergine ancora in funzione) dimostrano il genio e l’ingegno dei romani! I costruttori, per quasi mille anni, non potevano essere che “ingegneri”: coloro che mettono a frutto il loro ingegno!
Vitruvio (sempre lui!) arriva addirittura a suggerire il tipo di mattone o di tegola necessari al cocciopesto e spiega anche quale tipo di argilla si dovesse usare per realizzarli e quanto dovessero asciugare e maturare dopo la cottura: fino a cinque anni!
Con l’opus caementicium i romani realizzarono l’impensabile. Pensate al Pantheon: la sua cupola è ancora oggi al mondo, quella di maggior diametro in calcestruzzo non armato (43,44m.). E ha 2000 anni!
È veramente incredibile come un semplice elemento costruttivo sia stato creato, perfezionato, utilizzato per secoli fino a diventare uno degli elementi che più di altri distinsero e distinguono ancora la civiltà dei nostri padri.
Questa invenzione, con tutte le sue variazioni, ha permesso alla civiltà romana di costruire …il mondo!

Maurizio Marcelli

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