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L'OTTOBRATA

Quando Ottorino Respighi compose il suo magnifico affresco musicale dedicato a Roma (Pini di Roma, Fontane di Roma, Feste Romane), scrisse per “l’Ottobrata” alcune delle pagine più coinvolgenti ed entusiasmanti della musica moderna. Non a caso, i temi principali furono adottati negli anni ’50-’60 come sigla della trasmissione radiofonica “Radio Campidoglio”, che è stata per decenni “l’aradio” (1) della domenica dei romani.
Perché l’Ottobrata? Perché, anche se a Roma c’era il più bel carnevale d’Europa che da centinaia di anni trasformava la città in una bolgia coloratissima ed estremamente vivace, l’ottobrata… era un’atra cosa!
Il carnevale, anche se molto più antico nella tradizione romana, era comunque una festa “internazionale”, comune in tutta Europa e anche se i “turisti” europei non tralasciavano di inserire una permanenza a Roma nel periodo dei festeggiamenti carnevaleschi, l’Ottobrata era un avvenimento esclusivamente romano!
Complice un clima particolarmente mite, gli spazi verdi dentro e fuori città venivano presi d’assalto da una folla di popolo vogliosa di gioia, di cibo, di vino (tanto), di musica e balli.
Vediamo come è nata questa, che, più che una festa, era diventata un’abitudine, un bisogno, una regola, per ogni ceto sociale: il popolo per godersela, i nobili per mostrare la loro magnanimità, il clero per ribadire la propria tollerante predominanza.
Nell’antichità ogni festa o ricorrenza erano scandite da avvenimenti legati alla natura: riti propiziatori o di ringraziamento per l’avvio o la conclusione dei cicli produttivi contadini.
Nell’area mediterranea le operazioni legate alla produzione dei frutti della terra, spesso assai miseri, erano scaglionate durante tutto l’anno, protette e favorite da una serie fittissima di divinità a cui veniva chiesto l’aiuto necessario per propiziare il raccolto, o venivano ringraziate per la buona conclusione della fatica degli agricoltori.
Nel periodo romano i mesi tra agosto e ottobre erano dedicati alla raccolta dell’uva: il 19 agosto venivano dedicate a Giove le primizie dell’uva: i “vinalia rustica” erano i primi riti relativi alla produzione del vino. La pigiatura veniva rappresentata nel Foro con i “calcatores” che a piedi nudi spremevano i grappoli al suono di melodie rustiche. Il giorno 11 ottobre veniva spillato il mosto che era stato lasciato a fermentare, e ancora una volta la primizia si libava a Giove. Poi il mosto veniva riposto nei tini (Tinia era il nome etrusco di Giove) fino a quando, il 23 aprile, si gustava il vino novello, ovviamente libato a Giove nei “vinalia priora”, e stavolta dedicato anche a Venere. La comparsa di Bacco nelle feste dedicate al vino risale al III° - II° secolo e.a.
Il vino era uno dei quattro liquidi “sacrificali” insieme al latte, al sangue, all’acqua e fino a un certo periodo rimane di uso esclusivo del Flamine Diale (il supremo sacerdote di Giove) che dava inizio alla vendemmia col taglio del primo grappolo: la “auspicacio vendemiae”.
L’uso di bere vino (anche lontano dai pasti) si diffuse già nel primo periodo repubblicano, ma rimase vietato alle donne: lo “ius osculi” (diritto del bacio) era nato per verificare da parte del marito, la sobrietà della moglie. La pena per le donne avvinazzate era la morte per mano del marito: il “pater familias” giudice supremo per tutta la famiglia.
Per secoli, il vino non è stato considerato un alimento ma solo un piacere o addirittura un tramite tra l’uomo e la divinità: l’ebbrezza o l’esaltazione che può dare il vino erano viste come mezzo di comunicazione o forza sovrannaturale per aiutare l’uomo a compiere gesta estreme e avvicinarsi agli dei. (ricordiamo che nella prima guerra mondiale, prima di ogni assalto, ai soldati veniva dato del liquore in dosi considerevoli: in Francia fino a quattro bicchieri di Cognac!)
Il consumo di vino nell’antica Roma era elevatissimo: oltre a quelli più o meno locali, venivano importati vini da tutti i paesi produttori: Europa e Asia fornivano milioni di ettolitri. Malgrado la bontà del prodotto, i sistemi di conservazione erano tali che le qualità organolettiche deperivano rapidamente e costrinsero i romani ad adottare artifici che rendessero il vino bevibile per tutto l’anno. Innanzitutto si cominciò ad annacquarlo: bere vino assoluto al tempo di Augusto era considerato di pessimo gusto. Erano particolarmente apprezzati i vini “conciati” con pepe (vinum piperatum), con miele (mulsum), con zenzero, cannella, mirto, mirra, assenzio, rose ecc. e veniva servito in bicchieri di vetro. Ne sono stati ritrovati moltissimi con la scritta: “bibe, vivas multis annis” a dimostrazione di quanto, secondo questo popolo, fosse stretta la relazione tra il vino e la vita.
L’uso di festeggiare la vendemmia e quindi il vino, non è mai sparito a Roma: anche nell’alto medioevo si festeggiavano i vinalia. Quello che si è modificato nei secoli non è tanto il modo, ma il luogo dei festeggiamenti.
I prati e la collina di Testaccio oltre a essere la sede classica del carnevale medievale, hanno cominciato ad essere assaltati anche dai popolani che in ottobre avevano uno dei rarissimi momenti di gioia e di allegria della misera vita a cui erano destinati.
Nel “monte dei cocci” erano state scavate grotte che si prestavano egregiamente alla conservazione del vino: la composizione stessa del terreno, composto di frammenti di anfore, consentiva la circolazione dell’aria e la costanza della temperatura. L’identità “Testaccio=vino” è stata una costante per secoli, ma almeno dal ‘700 ha rappresentato l’appuntamento popolare più importante per i romani.
Dai primi dell’800 era invalso l’uso di coinvolgere le donne nella raccolta dell’uva: era un lavoro poco pesante, sopportabile, e che richiedeva un’accuratezza che le donne potevano garantire. Le “mozzatore” erano già utilizzate nel taglio dei “pàmpini”, i tralci non fruttiferi della vite. Era un’operazione che veniva fatta all’inizio dell’estate (normalmente maggio-giugno) per favorire la maturazione dei grappoli: la retribuzione era legata al numero di tralci effettivamente “mozzati”. Quando si estese alla vendemmia, le donne di Roma, che facevano una vita segregata, dedicata esclusivamente alla crescita dei figli e alla soddisfazione dei bisogni dell’uomo, ebbero una nuova occasione per integrare il bilancio familiare e godere di una certa autonomia.
Ricordo che gli unici lavori che facevano uscire di casa la donna erano occupazioni umili e poco riconosciute: le “lavannare” o le “granarole”, non avevano quasi contatti con la gente.
Le “mozzatore” hanno invertito la regola: sono diventate attrici protagoniste della festa di ottobre. Alla fine del lavoro, dopo una giornata faticosa ma rallegrata dai canti che venivano intonati da una voce singola e poi proseguiti in coro; oppure dalle tante battute più o meno volgari ma sempre maliziose che si scambiavano durante il lavoro; o anche dalle frequenti risse che scaturivano proprio da reciproci apprezzamenti tutt’altro che benevoli, le “mozzatore” avevano i loro momenti di gloria. Una gloria fatta da canti, stornelli, ma soprattutto dal ballo: il Saltarello.
Bastava un calascione o una mandola ad accompagnare “il ballo”, l’unico che le popolane sapevano e potevano fare. Un ballo che cresceva di ritmo con l’intensificarsi delle battute musicali, fino a diventare una dimostrazione di agilità e potenza con salti sempre più frequenti e sempre più alti. L’uomo concludeva spiccando un vero e proprio volo dalla posizione in ginocchio a cui la donna lo aveva costretto con movenze e pressioni.
L’entusiasmo delle danzatrici diventava gioia al momento della conclusione, quando i presenti, che si erano raccolti in cerchio, acclamavano rumorosamente le più brave e le più belle.
Il Saltarello purtroppo non si è conservato nelle usanze romane, sostituito alla fine dell’800 dalla più “tranquilla” Tarantella, importata dal meridione con la manovalanza edile richiamata dalle imprese occupate nella distruzione delle ville di Roma.
Il ritorno delle “mozzatore” era l’avvenimento principale della vendemmia: oltre alle donne e ai braccianti, migliaia di persone si riversavano per le strade per ammirare le evoluzioni del ballo e le melodie delle canzoni o stornelli.
Era la dimostrazione che il popolo romano, poverissimo, violento e bigotto, completamente isolato dal resto del mondo, escluso dal governo e dall’amministrazione della cosa pubblica, abituato a sopravvivere grazie alla “divina provvidenza”: quel “popolo bambino” sapeva e voleva divertirsi con la stessa sfrenatezza con cui partecipava superstizioso a funzioni e ricorrenze religiose. Ma anche i ricchi, i nobili aristocratici, ubriachi di noia e avidi di passatempi, aspettavano queste occasioni per sentirsi vivi e si avvicinavano ai festeggiamenti per goderli e per dimostrare la loro magnanimità.
Fu proprio la magnanimità di Marc’Antonio Borghese a fornire ai romani un altro luogo dove festeggiare le ottobrate: Villa Borghese.
Già dalla fine del ‘700 le domeniche di ottobre venivano aperti cancelli della villa e la popolazione si riversava all’interno della proprietà Borghese, ammessa “per cortese consenso padronale, in quei luoghi che la natura e l’arte hanno reso incantevoli”.
I Principi che si sono succeduti a Marc’Antonio, hanno proseguito la tradizione aumentando i giorni di apertura e favorendo i festeggiamenti, meritando l’elogio delle gerarchie religiose per “aver allettato il popolo con giochi e lotterie a frequentare la villa al posto delle bettole e delle osterie”.
I giornali di allora riportavano notizie dettagliate sui festeggiamenti e tanta benevola condiscendenza veniva così commentata: “… nel passato mese di ottobre abbiamo potuto vedervi un concorso immenso fuor di memoria d’uomo: concorso di gente che seppe con tanta lode della civiltà romana, congiungere la giocondità alla decenza e che in mezzo a quelle autunnali ricreazioni non mancò di fare sincerissimo plauso all’onor patrio di tale Signore qual è il Sig. Principe Don Camillo Borghese”.
Tanta “benevola condiscendenza”, a volte era costretta a servirsi di dragoni e soldati per mantenere l’ordine o impedire l’ingresso agli “straccioni o birboni” a cui era vietato il divertimento.
La nobiltà partecipava mescolandosi alla folla e godendo degli stessi spettacoli organizzati dal Principe: giostre, caroselli, danze, concerti, ma soprattutto grandi mangiate e tanto, tantissimo vino offerto a tutti.
Ogni angolo della villa era sfruttato per la gioia di tutti: in Piazza di Siena venivano montati palchi per i concerti dove le bande delle varie compagnie si esibivano a turno; nel laghetto barchette addobbate giravano in continuazione portando cantanti che deliziavano i presenti; l’orchestra veniva posizionata nel tempio di Esculapio; si alzavano palloni aerostatici dal Casino dei Giuochi: tutta la villa, che allora si chiamava ancora Pinciana, era una festa.
Nel 1842 il Principe chiuse la villa per protesta: una pattuglia di carabinieri aveva osato compiere perlustrazioni senza il suo permesso. Il fatto colpì talmente l’opinione pubblica, che il cardinale Lambruschini dovette scrivere al Principe, a nome di Sua Santità, per “compiacersi di riaprire l’accesso al popolo”.
Alla tradizione allegra e spensierata delle ottobrate, il Principe volle unire nel 1847 un qualcosa di pratico e concreto: addirittura un “concorso agrario” dove venivano premiati i più bei capi di bestiame, i cavalli più veloci, i migliori prodotti agricoli.
Immaginate cosa dovesse essere Roma in ottobre: da Testaccio a Villa Borghese, dalle innumerevoli vigne all’interno della cinta aureliana ai “prati di Castello”, ogni zona verde di vigneti era occupata; così come le strade che si riempivano di braccianti, di mozzatore, di suonatori, di ballerini, di nobili e prelati che si godevano le scene: una folla scalmanata e godereccia che stravolgeva la forzata tranquillità della città.
Quelle del 1847 furono probabilmente le ultime vere ottobrate a Villa Borghese: dopo la chiusura e le devastazioni della guerra contro i francesi, le feste persero il loro carattere spontaneo. Anche se continuò a essere teatro di manifestazioni varie, tutte quelle che seguirono dal 1853 furono a pagamento: il carattere popolare era perso per sempre.
Nel 1874 il Principe chiuse definitivamente i cancelli, quando si diffuse la voce che lo Stato italiano aveva l’interesse di acquistare la villa. Il contenzioso durò decenni, fino a quando Vittorio Emanuele III la comprò per regalarla ai romani: era il 1902.
Le ottobrate avevano cessato di esistere.

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