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spaolo06

LA LINGUA DI ROMA

Le lingue occidentali sono normalmente “fonografiche”, ovvero: le parole vengono scritte facendo riferimento al parlato. Lo scritto replica fedelmente ciò che il parlante pronuncia. Nel dialetto romanesco la differenza tra lo scritto e il parlato è stata sempre enorme: già nel I° secolo solo i colti e gli scrittori usavano il latino, mentre per le strade un milione di persone si esprimeva col “romanice loqui”, che potremmo tradurre con “parlata alla romana”. Lingua infarcita di termini stranieri e di pronunce scorrette. Immaginiamo un dialetto orale basato sul latino, ma imbastardito e storpiato: gli abitanti di Roma avevano un loro proprio modo di parlare e di pronunciare le lettere e le parole. Ad esempio: da anni alcuni studiosi stanno proponendo l’ipotesi che la lettera C venisse pronunciata dura (K). In questa maniera Caesar si sarebbe pronunciato Kaesar.
Ipotesi suggestiva, ma non suffragata.
Potrebbe essere valida se riferita ai tempi della repubblica: con l’ellenizzazione dei costumi, i romani non solo impararono ad esprimersi in greco (addirittura molti senatori si facevano vanto di pronunciare i loro interventi in senato, in greco), ma adeguarono l’alfabeto cominciando ad usare la K.
Quindi, la C per la pronuncia dolce (o strisciata) la K per la dura. (soltanto nel volgare si comincerà l’artificio grafico del CH)
La scelta è suffragata dal fatto che tutte le lingue europee neolatine hanno adeguato la pronuncia dolce al loro linguaggio distinguendo la C dura con un’altra lettera (K).
All’inizio, l’alfabeto era di 20 lettere in quanto mancava la G. Dal II sec. e.a. c’era la K; la U e la V non avevano distinzione nello scritto ma solo nella pronuncia. Molto probabilmente la V si pronunciava U (o meglio W) e non viceversa.
Successivamente fu aggiunta la G (200 a.c.), poi la Z (Titius-Tizius) poi la Y (periodo ellenistico) e solo nel medioevo J U W. Le vocali erano 6 (c’è anche la Y)
Sulla pronuncia si continua a fare ipotesi: si è arrivati oggi a classificare due soluzioni: la “Restituta” e la “Ecclesiastica”.
La Restituta propone la C dura (kaesar), U e V si pronunciano W (uva = uwa), la T sempre T (gratia) i dittonghi non si accorpano (ka-esar) PH = p; TH = t; CH = k (sic!); la G sempre dura (Ghneo e non Gneo)
La ecclesiastica si fonda sul fatto incontrovertibile che la chiesa ha continuato da 2.000 anni a pronunciare come parlava il popolo (romanice loqui): nel modo più simile alle varie derivazioni delle lingue romanze.
Si potrebbe al limite ipotizzare che le due pronunce potessero anche coesistere in vari luoghi o periodi, ma comunque parlate da ceti diversi.
Ammesso e non concesso.
Con le invasioni barbariche la differenza tra latino e romanice loqui aumenta sempre di più, fino ad arrivare intorno al IX sec. alle differenziazioni anche sintattiche che hanno portato alla nascita delle lingue nazionali, parlate sempre dialettali ma con basi diverse rispetto al latino che rimanevo comunque la lingua “colta” d’Europa. Sono stati scritti in latino tutti i documenti ufficiali (e anche privati) fino al tardo rinascimento.
A Roma, tra il X e XIII sec. il grave spopolamento, il trasferimento della sede papale, la mancanza di scuole, hanno determinato il mantenimento del romanice loqui medievale con influenze meridionali, fino al sec. XV.
Ricordiamo che Dante venne a Roma nel 1300 e che, nel suo “De Vulgari Eloquentia” (scritto, ovviamente, in latino) definisce il parlare romano “turpissimus ac vulgarissimus”!
Il grande fiorentino, in quanto tale forse anche un po’ spocchioso e presuntuoso, rimase sconvolto che nella città della Storia, i cittadini si esprimessero con una parlata sgraziata e soprattutto dando del “tu” a tutti: persino a lui!
In parte, aveva ragione. In quel periodo si stava affermando un volgare romano definitivamente staccato dal latino, soprattutto nella sintassi. Un paio di secoli prima, nel primo fumetto romanesco, quello di San Clemente, la costruzione delle frasi era decisamente latina, così come molte parole non ancora volgari. Al tempo di Dante la sintassi era già “volgarizzata” con una costruzione diretta che rimarrà come base malgrado tutte le influenze che il romanesco ha subìto nei secoli. La costruzione diretta (io mangio il pane) è la più elementare, semplice e chiara possibile per un popolo assolutamente ignorante e misero, specchio della città medievale.
Dal punto di vista lessicale, le parole subiscono influenze meridionali: il testo anonimo di una delle prime canzoni popolari dimostra ad esempio, che il suffisso “ne” (tipicamente meridionale) viene applicato ai verbi: “pregàne, imparàne, chiamàne” ecc.
Tra la fine del ‘400 e la prima metà del ‘500, la grande svolta: arrivano a Roma gli spagnoli al seguito di Callisto III, il primo papa Borgia, e continua l’afflusso in città, col secondo papa Borgia: Alessandro VI. Una corte di quasi 10.000 persone che influenza con la propria lingua il parlato di Roma.
Altro grande afflusso di “stranieri” con i papi Medici: Leone X e Clemente VII fanno arrivare dalla nazione fiorentina altre 10.000 persone che hanno anche loro grossa influenza sul romanesco.
Pensiamo ai soliti verbi: parlàne, sull’influenza spagnola (hablar) diventa (e rimarrà) “parlà”, che non è altro che la soluzione autonoma mediata col fiorentino “parlare”. Ecco perché la “à” finale è accentata e non apostrofata: perché il parlante ha selezionato questa e non altre grafie quando si è trattato di trasformare i suoni in lettere. Così come per tutti gli altri verbi, cade il suffisso meridionale e si contrae la parola all’essenziale. L’influenza del fiorentino completa l’opera semplificando ancor più la sintassi e il lessico.
I pochi superstiti del sacco del 1527, oltre ad una città spopolata, si ritrovano a parlare una lingua (orale, come al solito) che rimarrà uguale a se stessa per circa tre secoli.
Il dialetto documentato da Belli (prima metà del 1800) è infatti lo stesso dei poemi più rappresentativi che lo hanno preceduto: Peresio e Berneri scrivono testi più italiani che dialettali, con inserimenti di piccoli spezzoni del romanesco dell’epoca.
Le modifiche, l’evoluzione della lingua (di qualsiasi lingua) sono costanti che si ripetono a medio-lungo termine, e il romanesco non fa eccezione. Il fatto è che i tempi di evoluzione sono relativi alle comunicazioni tra linguaggi diversi: l’interscambio culturale nel periodo rinascimento-illuminismo è stato certamente meno dinamico che nei secoli successivi.
La grande stasi politica ed economica che ha caratterizzato lo stato della Chiesa per secoli, ha fatto in modo che le influenze “straniere” sul volgare siano state minime e quasi ininfluenti.
Con l’occupazione francese del 1799 e la permanenza delle truppe napoleoniche per circa due decenni, gli influssi del francese sul romanesco si sono fatti sentire. Tante parole son state prese tali e quali (es: sortì) come tante altre storpiate nella pronuncia e nella grafia (es: commò). Questa prima francesizzazione (vedremo più avanti gli effetti della seconda) ha colorito il linguaggio senza stravolgerlo. Belli ha trovato soluzioni per ogni problema: ha reso fruibile la lettura della sua opera, attraverso una codifica ancora attuale. Dobbiamo a lui, se ancora oggi gli scrittori dialettali riescono a tradurre le loro emozioni con un codice comune e condiviso da quasi 200 anni.
Qualche cosa, nel frattempo, è cambiata.
Oltre al viraggio di alcuni termini che si sono ingentiliti, adeguati, modificati persino nel significato, negli ultimi 150 anni il romanesco ha subìto ancora una volta i pesanti influssi di lingue straniere: primi fra tutti il solito francese e il “buzzurro”, ovvero il piemontese.
Pensate: la stessa parola “buzzurro” (anzi: "buzzuro") viene proprio dal francese che pronunciato alla piemontese, diventa un aggettivo comune nel parlato di Roma. I parlanti, hanno scelto questa parola francese: “monsieur”, che, pronunciata dai piemontesi occupanti veniva storpiata in “munsù”, è diventata “buzzurro”.
L’altra grande modifica lessicale è stata la perdita della doppia “r”. Ai tempi di Belli “terra” si pronunciava e si scriveva tale e quale. Anzi, in parole con una sola “r”, la stessa veniva raddoppiata: es. “galerra” o “burrino”. La pronuncia franco-piemontese ha fatto in modo che dopo una trentina di anni dalla presa di Roma da parte dell’esercito dei Savoia, i romani abbiano confermato e rafforzato lo scempiamento della doppia erre (iniziato timidamente prima di Belli), che ancora oggi contraddistingue il nostro dialetto: terra è diventata e si mantiene “tera”.
La documentazione scritta del parlato ha, per fortuna, avuto nei poeti (tanti, tantissimi) centinaia di testimoni che hanno tramandato nel migliore dei modi il dialetto di Roma.
Scrivere poesie in romanesco (soltanto poesie, salvo l’eccezione di Zanazzo), ha rappresentato per decenni una scelta di romanticismo che ha dato parola a chi non ha modo di testimoniare le proprie emozioni, se non attraverso la penna degli altri. Se non ci fossero stati i poeti, il romanesco sarebbe sparito o quasi.
Anche i poeti però, hanno subìto influssi: ai primi del ‘900 c’è stata una forte spinta all’italianizzazione del linguaggio. I regnanti hanno cercato in vari modi di unificare almeno lo scritto dei sudditi non ancora nazione. I poeti hanno tentato di rendere il romanesco scritto, un po’ più italiano: pensiamo alla grafia del verbo “avecce” (sempre lui: è il verbo romano per eccellenza!).
Anche i grandi, hanno tentato di addomesticare quel “ciò” che (ancora oggi!) ha dato la possibilità ai poeti di… sbagliare. Hanno cominciato a scrivere “ci ho”, o addirittura “ci ò”, ma l’esito è stato infausto visto che costringe il lettore a separare le sillabe in due e non pronunciare correttamente il “ciò” monosillabo. Altra soluzione infelice per la grafia di “c’ho” (che ho): persino Trilussa, nelle sue poesie dell’epoca ha scritto “ch’ho”: un abominio grafico che non esiste in nessuna lingua del mondo. Abusare di quella povera “h” in quanto non pronunciabile, è stato un altro tentativo respinto.
Così come nell’orale tentano di inserirsi termini gergali, così nello scritto vengono proposte soluzioni alternative al lessico o alla grafica canonica. Per diventare dialettale, una parola gergale impiega decenni, o viene espulsa quasi subito dal vocabolario che non accetta intrusioni se non giustificate dalla mancanza di espressioni che indichino esattamente quel concetto gergale “aspirante dialettale”. Così le soluzioni grafiche: dopo anni di decantazione, o vengono assorbite modificando il precedente sistema, o vengono espulse (come nell’orale) e spariscono definitivamente. “Ci ho” e “ch’ho” non esistono più.
Dopo la seconda guerra il romanesco si è “stabilizzato” in attesa di nuovi influssi.
Oggi questi influssi premono alle frontiere del lessico con termini che provengono in gran parte dalla lingua inglese. Poche sono le parole assorbite e tutte ormai da decenni: “firme”, “sporte”, “tranve” vanno a tradurre dall’inglese “film”, “sport”, “tramway”. Una delle ultime acquisite alla normalità è “computere” (o “compiute”): anche questa, ha avuto bisogno di almeno due decenni per essere accettata sia dal parlante che dallo scrivente.
Il dialetto non si modifica per iniziativa di qualche buontempone che decide di inserire a forza qualche termine più o meno astruso e/o lontano dal linguaggio corrente: ci vogliono decine di anni per modificare una lingua, ogni lingua.
Mentre la sintassi rimane salda al suo posto, il rischio più grosso per il dialetto scritto viene proprio dagli scrittori!
La rete consente a chiunque di diffondere le proprie idee, anche quelle con grafie sbagliate.
Attualmente, una pletora di grafomani assalta il web con una continuità impressionante. In mezzo ai grafomani, ci troviamo di tutto: persino qualche poeta vero, insieme ai sedicenti tali.
La poesia è bella sempre, dice qualcuno. In nome di questo presunto assioma, siamo subissati da composizioni in tutte le salse.
La poesia, come detto sopra, è la documentazione scritta del dialetto: brani dialettali in prosa non ce ne sono, salvo rarissime eccezioni.
Il rischio per il dialetto attuale è quello di rimanere schiacciato tra la propria grammatica (che esiste, anche se scarsamente documentata, ma accettata e condivisa) e una pseudogrammatica spontanea usata ed abusata, usata da chi "ignora" ma facilmente documentabile, che potrebbe portare avanti un discorso in conflitto con l’uso classico e documentato del romanesco.
Purtroppo assistiamo ad uno storpiamento, sicuramente involontario e in buona fede (?), che propaga in rete un riferimento sbagliato, una grafia approssimata, una mescolanza con l’italiano, che potrebbero essere facilmente corretti con un po’ di buona volontà.
Benvenuto e salute a chiunque scrive in dialetto.
Ma un po’ di lettura dei classici, un minimo di autocritica, una maggiore voglia di fare bene, una traccia di umiltà, farebbero migliorare la precaria salute del nostro linguaggio, svergognato sulla rete.
Con questa situazione, i due poli (la tradizione documentata e l’involontaria innovazione, figlia dell’ignoranza) difficilmente arriveranno a congiungersi. Possiamo ipotizzare un futuro per il dialetto? Riusciremo a mantenere (salvo i naturali adeguamenti linguistici) un romanesco “corretto”?
Visto che la “montagna” dell’approssimazione non si muove, il “Maometto” dello studio, della ricerca, della documentazione, bisogna che si metta gli scarponi!
E noi lo abbiamo fatto!
Più che gli scarponi, ci siamo messi a ricercare, documentare, studiare, divulgare quello che è oggi il Dialetto Attuale. Lo abbiamo fatto per oltre due anni e il risultato è un bel libro: “A nò, come se scrive?” Grammatica Insolita del Romanesco Attuale (si trova in libreria, e se non si trova si ordina).
Una fotografia delle particolarità e delle norme che regolano il romanesco “scritto” (“perché a parlà, tutti sò boni) che, oltre ad essere una piacevole lettura per tutti (giovanissimi compresi, almeno per quanto riguarda la sezione a fumetti), può diventare il valido strumento a cui rifarsi quando si vuole trasferire nello scritto il linguaggio orale.
Leggete amici, leggete!

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