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LE PESTI A ROMA

I QUADERNI DEL MARTEDÌ

LE PESTI A ROMA

La prima peste fu descritta da Tacito e si riferisce ad una epidemia non ben identificata che attaccò Roma nel 66. Non è chiaro di quale malattia si trattasse, quasi sicuramente non era peste, ma vaiolo o addirittura una influenza particolarmente aggressiva.
La più importante fu chiamata Peste Antonina, poiché uccise i due coimperatori Marco Aurelio e Lucio Vero. Stessa causa di morte, a Roma per Lucio e in Germania per Marco.
Proveniente dal territorio dei Parti (Iran) imperversò in tutto l’impero per 20 anni: dal 160 al 180.
In realtà non si trattava di peste, ma forse di vaiolo: Galeno, il famoso medico di Pergamo, ne descrisse i sintomi e successivamente venne identificata nella peggiore epidemia d’Europa. Considerando l’impero abitato da 50 mil. di persone, ne uccise tra 10 e 20 milioni.
Le conseguenze sull’economia furono enormi: lo spopolamento di campagne e città portò ad una produzione inferiore di beni, ma se per il popolo la cosa fu positiva (più terra per pochi) per lo stato fu fatale: le esigenze economiche delle casse erano sempre le stesse, ma vennero a mancare le entrate adeguate.
Dalla peste antonina l’impero non si riprese più: fu l’inizio della fine.
Tertulliano scrisse che la peste fu una specie di “igiene del mondo”, un castigo divino, visto che “onerosi sumus mundo”.
Una delle note positive fu che l’alimentazione migliorò se non altro in quantità e il risultato più evidente fu l’aumento della statura media.
Altra epidemia circa 80 anni dopo: la peste di Cipriano 241 – 270 anche qui forse vaiolo, forse morbillo.
Anche qui decimazione degli abitanti e ulteriore declino dell’impero, sempre più impoverito dalla diminuzione delle entrate che accelerarono la spirale di inadeguatezza rispetto alle uscite.
Sicuramente fu peste quella del 422: peste di Giustiniano.
Descritta da Procopio di Cesarea è stata identificata come peste inguinaria. (vedremo poi le diverse varietà di peste)
Altra peste a Roma, nel 590: quella di Castel S.Angelo e Gregorio Magno. Nella città di circa 80.000 persone, furono oltre 15.000 i morti.
La più imponente manifestazione di peste avvenne in Europa dal 1347 al 1352.
Iniziò in Crimea.
La colonia genovese di Caffa, venne assediata dai Tartari che escogitarono la prima guerra batteriologica della storia: siccome molti degli assedianti erano malati, con le catapulte furono gettati cadaveri infetti dentro le mura.
Alcune galee riuscirono a forzare il blocco e partirono per l’Italia.
Attraccano a Messina e diffondono il male.
Poi ripartono per Genova da dove vengono respinte con frecce incendiarie: si dirigono verso Marsiglia, poi verso la Spagna.
Mentre il male si propaga per terra, avanza anche per mare.
L’Europa viene invasa dalla peste.
Che cos’è la peste: solo a fine ‘800 viene isolato il bacillo da uno svizzero: da allora si chiama Yersinia pestis.
L’agente patogeno viene inoculato all’interno del corpo da una pulce che attacca i ratti neri (rattus norvegicus) originari dell’asia e portati in crociera da tutte le navi dell’epoca.
I tipi di manifestazioni sono 3: peste bubbonica, peste polmonare, peste setticemica (peste nera).
Nella peste bubbonica, o inguinale, i sintomi sono: cefalea, malessere, prostrazione. Successivamente compare la tumefazione di un linfonodo con notevole edema perigangliare, dolente, all’inguine o in sede ascellare. La febbre sale rapidamente e si mantiene continua con remissioni profonde. Non di rado si può riconoscere la sede della puntura della pulce con strie di linfangite verso la stazione del linfonodo dove ha sede il bubbone. I gangli infettati provocano veri e propri bubboni pestiferi (puzzolenti) nel torace e nelle cosce. Anche incidendo il bubbone per far fuoriuscire il pus, ci sono scarsissime probabilità di sopravvivenza.
La peste nera, o setticemia pestosa, insorge bruscamente con brivido intenso e febbre alta. Lo stato generale si aggrava rapidamente. Il viso e gli occhi della persona esprimono angoscia: la cosiddetta ”facies pestica”. Delirio, vomito, diarrea, manifestazioni emorragiche delle mucose e della cute… dopo pochi giorni si muore.
Peste polmonare, o broncopolmonite pestosa: può essere secondaria alla peste bubbonica o insorgere per inalazione di particelle bacillifere. I sintomi sono: brividi, febbre alta, cefalea forte, vomito, tosse, dispnea, dolori toracici.
Come veniva combattuta?
Come fece Boccaccio che se ne andò da Firenze a respirare aria migliore… O come Pistoia che si isolò da Pisa e Lucca che erano infettate. O con il divieto di ingresso in città da parte di Clemente VI (che stava ad Avignone) alle schiere dei flagellanti, e chiudendosi nelle sue Camere (dove in realtà non c’erano topi).
Anche Milano si salvò con le stesse misure di chiusura.
Si capì comunque che era il contatto a diffondere la malattia: nelle famiglie i figli o i genitori infettati venivano abbandonati e lasciati morire per paura di contagio.
Si arrivò a vietare i mercati e le fiere che in realtà già erano deserte (divieto riproposto tre secoli dopo).
I rimedi erano empirici: vapori di erbe bruciate, o piante odorose nelle abitazioni, sistemazione dei letti in alto, in modo che i vapori salissero al soffitto senza diffondersi in basso.
Ancora non avevano capito che per i ratti era difficile salire in alto…
Si credeva infatti che il morbo entrasse attraverso la respirazione, per poi accentrarsi nel cuore (sede dello spirito vitale = anima) e infettare ogni organo.
Si arrivò ad incidere i bubboni e cospargerli di erbe e impacchi: in realtà si trattava dell’asportazione di linfonodi che abbassavano ancora di più le difese immunitarie.
La peste imperversò per 5 anni e uccise circa 40 ml. di persone su 105.
La peste nera, che imperversò a Roma nel 1348, portò una riduzione degli abitanti causata dall’elevata mortalità, ma produsse un rapido riequilibrio nel rapporto tra popolazione e risorse. Un risultato positivo fu quello dell’aumento di produttività del lavoro agricolo e una ridistribuzione del territorio. In seguito alla diminuzione della domanda alimentare, i contadini si concentrarono nella ricerca di terreni più fertili e nella selezione delle sementi per ottenere raccolti migliori.
Inoltre la minore presenza di uomini ebbe effetti positivi sulla crescita dei salari, data la scarsità di operai specializzati.
Migliorarono le condizioni di vita: con un’alimentazione equilibrata, una migliore condizione igienica e di salute.
La mortalità infantile cominciò a calare; il rapporto tra nascite e morti si era stabilizzato.
Vennero stipulati nuovi contratti agrari in grado di favorire il ritorno dei contadini che avevano abbandonato le campagne nei tempi di crisi. In più: il contadino era considerato un uomo libero, senza obblighi feudali in grado di decidere il tipo di organizzazione che faceva più comodo a lui.
Molti terreni non vennero utilizzati solo per l’agricoltura ma anche per il pascolo, vista la crescente richiesta di lana e di carne. In Inghilterra l’allevamento delle pecore era molto vantaggioso, un detto dell’epoca diceva che “la zampa della pecora muta la sabbia in oro”. Questo era però possibile solo per i grandi-medi proprietari terrieri, il cui bestiame veniva chiuso in recinzioni; ma inevitabilmente alterava il pascolo a campi aperti, e i possessori di poco bestiame si impoverivano sempre più per il fatto che crescevano i grandi allevamenti.
La crisi delle industrie della lana e della seta portarono a produzioni artigianali e l’introduzione di nuovi capi, infatti la nuova moda portò una differenziazione degli individui in base ai capi indossati.
Mentre all’epoca dell’urbanesimo gli abitanti si spostavano dalla campagna alla città, in questo periodo le cose si invertirono perché la manodopera cittadina aveva costi troppo elevati, molte attività cominciarono ad essere trasferite in campagna e affidate a lavoratori che alternavano il filatoio e il telaio ai lavori dei campi.
La “delocalizzazione produttiva”, come viene chiamata adesso, non è stata inventata dai capitalisti moderni.
Questo venne chiamato sistema domestico perché non solo i contadini svolgevano i loro lavori agricoli ma erano diventati pure operai, nel momento in cui lavoravano tessuti per poi farne prodotti finiti che “l’imprenditore” ritirava.
Ricordiamo che dal 1000 al 1400 ci furono 34 pestilenze.
Nella nostra città esisteva dai tempi costantiniani un presidio medico che ha trasformato lo scopo primario di accoglienza e ristoro dei pellegrini in un baluardo contro qualsiasi tipo di malattia: l’ospedale di Santo Spirito in Sassia.
Da “schola sassonum” ovvero un “ospitale” della gente di Sassonia, nei secoli “l’Ospedale” come lo chiamavano i romani, si era trasformato in un luogo dove le malattie, considerate sempre come castigo per l’uomo corrotto, potevano essere combattute con qualche speranza di successo.
Non era certo un’inversione di tendenza nell’idea cattolica della pena come espiazione, ma era un nuovo atteggiamento: si poteva operare per alleviare le pene senza urtare la divinità vendicativa, ma per dimostrare che l’opera umana non sempre era funzionale alla colpa.
Persino i papi si adoperarono per ampliare l’Ospedale, migliorare le condizioni dei pazienti (non più solo pellegrini) o addirittura fornire medicamenti: è celebre una pozione di Innocenzo III, il vero e proprio fondatore dell’Ospedale, con cui guarì nientemeno che la cecità dell’abate di San Paolo. Vero o falso?
Innocenzo III sistemò, arricchì, abbellì l’edificio originario e lo dotò delle migliori attrezzature per combattere i mali e rendere il “soggiorno” dei malati il meno brutto possibile: è lui a essere considerato il vero fondatore dell’Ospedale e dell’ospizio dei bambini orfani e “esposti”. Lo fece con i suoi soldi personali: a dimostrazione del fatto, c’è un mosaico che lo ritrae col modellino dell’Ospedale in mano, in offerta a Cristo. Questo mosaico è uno dei tanti esempi di “pubblicità” medievali: siccome Innocenzo si stava contemporaneamente costruendo la sua torre, che diventerà la più alta e bella di Roma, il buon Lotario dei Conti si premurò di far sapere ai romani che non stava utilizzando i fondi ecclesiastici per i suoi interessi personali, ma i suoi soldi per innalzare torre e Ospedale.
L’Ospedale è una salvezza per Roma: solo la malaria ammazza migliaia di persone ogni anno.
La malaria è la vera peste di Roma: Cicerone stesso racconta che Roma fu fondata in una zona “pestilente”. Le febbri malariche, che si intensificavano d’estate, erano combattute dagli antichi con la… villeggiatura. Gli abbienti, ai primi i caldi si trasferivano nelle ville dei dintorni o in zone più salubri, per fuggire dal contagio.
Col disfacimento dell’impero, la dominatrice vera di Roma era diventata la zanzara!
Solo nel 1227, secondo un cronista anonimo, a Roma le febbri malariche uccisero il 90% della popolazione. Un altro anonimo parla della malaria del 1285: da Pasqua all’Ascensione morirono 24 tra abati e vescovi. Figuratevi i semplici cittadini!
Durante il Conclave del 1287 morirono di malaria 6 cardinali su 13. Successivamente furono molti personaggi illustri stroncati dalla zanzara e si svilupparono medicine specifiche che avrebbero dovuto debellare la febbre.
Eccone qualcuna: purgarsi una volta a settimana, mangiare cibi facili da digerire, eliminare la frutta, non avere rapporti sessuali e bere acqua calda; bere un uovo con succo di cicoria; prendere un infuso di anice con aceto, zenzero, ruta, pepe, miele; mangiare pollo arrostito con pepe e cumino; zampe di cuccioli di maiale e asino cotti nell’aceto; e altre… amenità, come legare un ragno a un filo di seta e portarlo sempre al collo.
Malgrado l’indubbia… efficacia di queste cure, a Roma la malaria uccide sempre e da sempre.
Pensate che ancora nel 1878, nella pubblicazione “Monografia della città di Roma e della Campagna Romana”, Guido Baccelli fa una analisi particolarmente dettagliata e precisa de “La malaria di Roma”. Nonostante la modernità dei tempi, Baccelli attribuiva ancora la diffusione della malattia a cause imprecisate, anche se quasi vicine al vero. Attribuiva la causa del morbo alla provenienza del vento, al suolo umido, alle esalazioni del terreno paludoso, a un’alga unicellulare (Palmella Gemiasma), a spore di alghe di ogni genere, a organismi patogeni (Micrococcus Palmoglia), a fungi microscopici, arrivando a concludere che “… la malaria è una potenza nociva più sentita che intesa”.
Le intuizioni di Lancisi sulla responsabilità della zanzara, non furono prese in considerazione fino al 1880 quando si arrivò a identificare il protozoo che rompeva i globuli rossi provocando la reazione febbrosa del corpo.
Successivamente, in termine di 17 anni, venne isolato il Plasmodium Malariae e due anni dopo il medico romano Giovanni Battista Grassi verificò che la zanzara del genere Anopheles era l’unica responsabile di milioni di morti.
Il fatto che i malati si concentrassero in zone ben delimitate fu finalmente capito: la Anopheles non faceva altro che portare il Plasmodio da un malato cronico a un individuo sano.
Oltre a cercare le cure, bisogna risanare i luoghi dove la zanzara prolifera: le zone paludose.
Le bonifiche e gli insetticidi hanno debellato la “malattia di Roma”, ma la malaria non era la sola… poi c’è il vaiolo, la tubercolosi, la lebbra, la sifilide, la peste, che hanno ucciso per secoli.
Tornando all’Ospedale, riuscire a farsi ricoverare era l’unica speranza di salvezza.
Col sacco del 1527 la peste torna a Roma portata forse dagli spagnoli al seguito del Borbone.
In circa due anni, tra le stragi dei lanzi e la peste, la popolazione di Roma passò da 55.000 a 30.000 abitanti.
Forse però, in quegli anni ne ammazzò più la sifilide che la peste.
In tutta Europa la sifilide fa strage: è tanta la repulsione per questo morbo, che ogni nazione ne attribuisce la causa alle nazioni nemiche. In Italia si chiama “mal francese”; in Francia “male italiano”; in Spagna “male tedesco”; in Turchia “male cristiano”; in Russia “mal dei polacchi”; nelle Fiandre “male spagnolo” e così via.
A Roma, erano malati tutti coloro che frequentavano “donne facili” di qualsiasi condizione: persino le “cortigiane oneste”, quelle che disponevano di abitazioni lussuose, corti numerose e amanti eccellenti (religiosi e non). L’infezione dilagava in tutti i ceti sociali, ma a farne le spese erano i più abbienti, che potevano permettersi più amanti a pagamento.
Altro periodo drammatico per Roma fu nel 1656.
Tornò la peste!
Arrivò con un marinaio napoletano che prese alloggio in una locanda di via di Montefiore, a Trastevere; si era ammalato e fu trasportato all'ospedale di San Giovanni, dove morì dopo pochi giorni. Il medico della Congregazione della Sanità escluse che si trattasse di peste, nonostante gli assistenti dell'ospedale avessero fatto presente che “era morto con segnali” di peste. E fu un errore fatale, perché non vennero messe in atto, per evitare il contagio, quelle accortezze necessarie in certi casi, come isolare la locanda dove il marinaio aveva alloggiato. Accadde però che l'ostessa e i suoi figli morirono una decina di giorni dopo, e ci si convinse che era peste; ma ormai l'epidemia era chiaramente in atto e andava localizzata in tutto Trastevere. In una notte venne isolato il rione con rastelli, cioè con lunghe cancellate di legno custodite da guardie armate, che avevano l'ordine di sparare a vista a chi tentasse di entrare o uscire. Malgrado i cancelli e la mira precisa delle guardie, il morbo attraversò il Tevere.
Fu poi allestito un lazzaretto all'Isola Tiberina, sbarrando gli accessi dei due ponti, perché all'isola si doveva arrivare solo con barche, che venivano poi utilizzate anche per il trasporto dei cadaveri alla spiaggia presso la basilica di San Paolo per seppellirli in fosse comuni.
Vennero istituiti altri quattro lazzaretti; due a San Pancrazio e a Casal Pio V per la convalescenza dopo una prima giacenza all'Isola; un terzo in via Giulia per la corroborazione della salute dopo la convalescenza; un quarto al convento di Sant'Eusebio, dove “erano collocati que' poveri, i quali ammalando nelle case sospette per esserne usciti infermi di peste”, e, non avendo i sintomi propri, erano considerati "sospetti" e quindi appestati.
"Brutto" e "sporco" era definito tutto ciò che veniva chiaramente a contatto con gli appestati, come medici, confessori, guardie, barche, carrette; furono peraltro vietati cortei, processioni e pubbliche funzioni e fu proibito il suono delle campane, per evitare che i fedeli, a quel richiamo, si riunissero nelle chiese. Fu inoltre prescritto a medici, chirurghi e cerusici di non partire da Roma, pena la vita e la confisca dei beni.
La peste terminò nell'agosto 1657. Su una cittadinanza di 100.000 persone, i morti furono esattamente 14.473, di cui 11.373 nella città sulla sinistra del Tevere, 1600 nel Ghetto e 1500 a Trastevere.
Nel 1630 vi fu la peste del Manzoni che a Milano, secondo il Tadino ed il Ripamonti, infierì con 140 mila morti su una popolazione di allora di circa 200.000 persone.
Un’ultima grande pandemia europea si ebbe dal 1663 al 1684. Successivamente vi furono ancora epidemie ma non della gravità precedente.
Un episodio di una certa importanza fu quello di Nola (Napoli) del 1815-1816, con 1431 malati su una popolazione di 5200 persone e vi furono 728 morti. Gli ultimi casi furono osservati in Europa dal 1920 al 1924 e a Taranto, dopo l’occupazione degli Anglo-Americani nel 1945.
Nell’età attuale, varie forme di pandemia si sono diffuse negli ultimi 100 anni. Anche se non vera e propria peste, le malattie pandemiche hanno provocato milioni di morti, ma hanno anche stimolato la scienza nella ricerca di cause di contagio e nello studio e ricerca farmacologica.
Nel 1918 i soldati americani che ritornavano a casa facendo scalo in Spagna, diffusero un’influenza particolarmente violenta anche negli Stati Uniti: la Spagnola. Si diffuse in Europa e America, causando circa 10 milioni di morti.
In quattro anni, dal 1957 al 1961 l’influenza Asiatica uccise 5 milioni di persone nel mondo.
Negli anni ’80-’90 il virus HIV terrorizzò il mondo: milioni di morti da immunodeficienza acquisita. L’AIDS ha cambiato lo stile di vita di miliardi di persone.
Negli anni 2000 dalla Cina arrivarono prima la “peste suina” e poi, ultimamente la SARS: prima presa un po’ alla leggera, poi combattuta a livello mondiale dopo aver fatto migliaia di morti.
Oggi, sempre dalla Cina, si è diffuso questo maledetto COVID 19: stavolta le misure di prevenzione sono state prese in tempo. Al momento, nella città di Huan, dove si è sviluppata l’influenza, i contagiati sono in numero stabile: non ci sono nuovi malati e i morti sono in grossa diminuzione.
L’Italia è il paese più colpito in Europa, stando alle cifre ufficiali abilmente manipolate negli altri stati: alcuni governi non hanno nemmeno l’interesse a combattere il virus destinato ufficialmente a “fare pulizia” di vecchi già malati con altre patologie. Finché… il virus ha beccato proprio il Capo del Governo!
Le misure del nostro governo, drastiche, anzi, drammatiche, stanno costringendo la popolazione a comportamenti inusuali e a costrizioni impensabili in altri momenti. Sarà una lotta dura e difficile, ma, come si dice in giro con un atteggiamento finalmente costruttivo per il nostro paese, “tutto andrà bene”.
Chissà se il maledetto coronavirus ci farà diventare un popolo unito e solidale?
Chissà?
Chissà se la paura o la speranza ci faranno ritrovare quella unità nazionale che non abbiamo mai avuto?
Quel poco di educazione civica che non ha mai fatto parte del nostro bagaglio culturale, ce la faremo ad impararla?
Chissà?
Dopo 150 anni di Italia, ci vuole un virus per fare gli italiani!
Speriamo!

Maurizio Marcelli
21 aprile 2020

P.S. Oggi, 23 aprile, il portavoce degli imbecilli, tale Feltri, ha dichiarato (non si sa se a nome suo o di chi rappresenta) che i meridionali sono persone “inferiori”.
Niente da fare! Non saremo mai una Nazione!
Anche la speranza nel covid è perduta!

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