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L'ACCADEMIA A PALAZZO VALENTINI

Er verbo "avecce"

A Roma, il verbo "avé" è usato pochissimo. La forma prevalente è quella possessiva: "avecce" (averci)
I media, nella loro ignoranza (non è un'offesa: è che ignorano, poverini) scrivono in maniera sbagliata la declinazione di questo verbo. Per fare chiarezza e rendere accessibile a tutti l'esatta grafia, pubblichiamo l'unico modo corretto di scriverlo. Non siamo noi a stabilire che quello che proponiamo sia il "verbo", ma tutti coloro che scrivono (bene) in romanesco da 350 anni in qua. Primo fra tutti Giuseppe Berneri, fino a Giuseppe Gioachino Belli, Trilussa ecc.
Da allora, i poeti e gli scrittori che vogliono tramandare e valorizzare il nostro dialetto, hanno usato tutti e comunque la stessa grafia.
Invitiamo quindi gli ignoranti (nel senso che ignorano, poverini) a prendere nota: questo è il tempo Presente del verbo "avecce".

Io ciò
Te ciai
Lui cià
Noi ciavemo
Voi ciavete
Loro cianno

Agli ignoranti (nel senso che ignorano, poverini) che scrivono "c'ho", malgrado 350 anni di "ciò", spieghiamo che "c'ho" vuol dire "che ho" e non "ci ho" in quanto la tabella fonetica internazionale prevede per la C la pronuncia dura (K) quando seguita dalle vocali A,O,U (ka, ko, ku) e diventa strisciante se seguita dalle vocali I,E (ce, ci). Essendo la lettera H ininfluente in quanto "muta", l'unico modo possibile per scrivere "ciò", è... ciò!
Meditate, genti, meditate.

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