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Le forme poetiche

Tra le tante forme poetiche (ode, canzone, sonetto ecc.) in cui si esprimono i poeti (romaneschi e non), quella che meglio di ogni altra esprime la concretezza, la concisione e la spietatezza dell’animo romanesco, è senz’altro il sonetto.
Un certo Wolfgang ai primi dell’ottocento definiva l’endecasillabo “il  verso d’oro della poesia italiana”  ed il sonetto “il suo degno scrigno”.
Tradotto in parole nostre: mejo dell’endecasillabo nun ce sò versi.
Er sonetto è fatto de quattordici endecasillabi.
Cerchiamo di capire: il verso poetico è basato sulle sillabe in cui si può dividere quel verso. Es. “Forza Roma” è formato da 4 sillabe. “Còre de Roma” è un quinario (cinque sillabe). “Me batte ‘r còre quanno canto l’inno” è un endecasillabo. (dividiamo: me-bat-te’r-cò-re-quan-no-can-to-l’in-no). Indubbiamente la musicalità di un verso fatto da undici sillabe, non ha confronti con altri tipi di metrica (la metrica è quella faccenda che regola i versi poetici).
Il sonetto è formato da quattordici endecasillabi (più musicale di così...) ed è composto di due quartine e due terzine. Le quartine sono quattro versi che rimano a due a due, le terzine sono tre versi che rimano a due o tre rime. Es.
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Ma anche: ABAB BABA CDC EDE
Oppure: ABBA BAAB CDC EDE
Oppure: ABBA ABBA CCC DDD
O anche: ABAB ABAB CDE CDE
…e via componendo.

 

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